No, tranquilli, non cantano, né tantomeno suonano il sax. Blue come depressione, per la precisione depressione post partum. Iniziamo dal principio -partire dalla fine è un po' ostico- da un giorno di qualche anno fa in cui la vecchia dopo aver partorito tre pargoli, come al suo solito ne scelse due e cacciò la terza, anche le capre hanno le loro regole fisse alle quali non trasgrediscono. Dunque Mimma (eh lo so, c'ho poca fantasia coi nomi) è stata allevata col biberon ed è, per l'appunto, la capra della foto. E' cresciuta, come tutti i capretti che non hanno avuto una mamma pelosa (o almeno non pelosa come una capra) docile e affezionata; risponde al suo nome, è sempre la prima ad arrivare, fa la bulla con le altre capre sentendosi, in quanto mia pupilla, un gradino al di sopra di tutte. Insomma, un amore. Ormai adulta anche lei è diventata madre e seguendo le orme della sua è andata aumentando il numero dei piccoli sfornati ogni anno via via che cresceva e il suo corpo aumentando di volume, aumentava la capacità di contenimento. Mai dato problemi di nessun genere; brava mammina orgogliosa dei suoi piccoli me li mostrava con orgoglio e fidandosi di me come madre me li lasciava toccare senza alcun problema. Ieri ha partorito arrivando per la prima volta a quota 3. Li ha scodellati al pascolo e la sera, come normale in questi casi, ho dovuto prendermeli in collo belli sudici e sanguinolenti per portarli in stalla. Mimma mi seguiva, un po' nervosa. Arrivati a dieci metri dalla stalla, approfittando di una pausa in cui erano a terra (oh, pesano tre capretti) si è infilata fra me e loro e ha cominciato a emettere dei brevi grugniti per niente tranquillizzanti. Ho afferrato al volo che la situazione era cambiata radicalmente e tutta la presunta docilità della bestiola se n'era andata a ramengo, nel momento in cui si è fiondata sulla povera Diana, un cane anziano che ha la cuccia vicino alla stalla, cercando di ucciderla a cornate. Per sua fortuna (di Diana) le corna di Mimma non le permettono di entrare nella cuccia dove lei si è rifugiata. Sbuffando dalle narici si è guardata un po' intorno e ha individuato un'altra vittima, Holly uno dei miei cagnetti che mi seguono al piede. Pochi secondi da scena horror col cane che vola qua e là a forza di sballottamenti stile badilate. Strillo e, ovviamente mi intrometto fra la vittima e la psicopatica. Ecco da quel momento i miei ricordi si fanno parecchio confusi ma non ci vuole CSI per ricostruire le cornate prese, basta seguire le contusioni che ho addosso oggi. Quando sentite raccontare dei prodigiosi effetti dell'adrenalina sappiate che è tutto vero: tra la rabbia e la paura mi rialzo (ebbene sì, m'ha sbattuto in terra e pesticciato come un persiano) l'afferro per le corna e la trascino per qualche metro. Ecco, forse ora non tutti sanno che gli ovini non hanno praticamente denti, hanno solo gli incisivi inferiori otto in tutto e sopra solo gengiva, perché madre natura sia così bastarda non è dato sapere ma visto quello che è successo dopo magari quando ha fornito la masticazione alle capre pensava ai poveri pastori perché la bastarda, visto che non riusciva a divincolarsi né a resistere a me che la trascinavo dopata di adrenalina, ha voltato la testa quel tanto che bastava a addentarmi il braccio e cercare di passare dallo status di erbivoro a quello di carnivoro. Una volta mollata ha ripreso a cercare di asfaltarmi ma stavolta m'ha trovata armata di pertica di due metri. Ho dovuto mettere dentro i piccoli con l'aiuto della pertica prima che si decidesse a lasciarmi vivere e seguirli. Passo una notte a ruzzolarmi nel letto, un po' per le botte dolenti un po' al pensiero di dover aprire stalla l'indomani. Stamattina mi faccio coraggio e entro armata e preparata; noto la disposizione delle bestie a cerchio (molto largo) intorno a lei e si danno alla fuga verso il pascolo senza nemmeno che le chiami, mollando -chi ce l'ha- la prole in stalla senza rimorso alcuno. Immagino la nottata di terrore che psicho gli ha fatto passare. Visto che non da segno di voler ricominciare inizio a fare le mie cose, allatto chi di dovere, impaglio, rifornisco di cibo per il rientro della sera. La pazza mi si avvicina e mordicchia i pantaloni, gesto d'affetto che fa da sempre. Sono seduta ad allattare, quindi ad altezza muso, inizia a leccarmi la faccia; surreale ma mi sta coccolando, mi porge le sue scuse. E' ancora abbastanza isterica se provo a allungare le mani verso i suoi piccoli ma non cerca più di uccidermi, si limita a allontanarli e grugnire qualche avvertimento. Ok, ricevuto, tranquilla, non t'infartare e sopratutto non far infartare me, che c'ho un'età. Ha le tette che esplodono ed è evidente dall'atteggiamento dei piccoli che non ha allattato. Con santa pazienza (e diverse carote e granturco) riesco a mungerla un po' e poi a fare poppare i piccini. Non so se il suo capitolare sia dovuto a un ravvedimento o alla necessità di non morire di mastite ma in realtà va bene così, preferisco non saperlo, do la colpa della sua pazzia allo sbalzo ormonale di un parto così numeroso, capita anche alle donne il blue.
mercoledì 20 febbraio 2019
Il blue(s) della capra
No, tranquilli, non cantano, né tantomeno suonano il sax. Blue come depressione, per la precisione depressione post partum. Iniziamo dal principio -partire dalla fine è un po' ostico- da un giorno di qualche anno fa in cui la vecchia dopo aver partorito tre pargoli, come al suo solito ne scelse due e cacciò la terza, anche le capre hanno le loro regole fisse alle quali non trasgrediscono. Dunque Mimma (eh lo so, c'ho poca fantasia coi nomi) è stata allevata col biberon ed è, per l'appunto, la capra della foto. E' cresciuta, come tutti i capretti che non hanno avuto una mamma pelosa (o almeno non pelosa come una capra) docile e affezionata; risponde al suo nome, è sempre la prima ad arrivare, fa la bulla con le altre capre sentendosi, in quanto mia pupilla, un gradino al di sopra di tutte. Insomma, un amore. Ormai adulta anche lei è diventata madre e seguendo le orme della sua è andata aumentando il numero dei piccoli sfornati ogni anno via via che cresceva e il suo corpo aumentando di volume, aumentava la capacità di contenimento. Mai dato problemi di nessun genere; brava mammina orgogliosa dei suoi piccoli me li mostrava con orgoglio e fidandosi di me come madre me li lasciava toccare senza alcun problema. Ieri ha partorito arrivando per la prima volta a quota 3. Li ha scodellati al pascolo e la sera, come normale in questi casi, ho dovuto prendermeli in collo belli sudici e sanguinolenti per portarli in stalla. Mimma mi seguiva, un po' nervosa. Arrivati a dieci metri dalla stalla, approfittando di una pausa in cui erano a terra (oh, pesano tre capretti) si è infilata fra me e loro e ha cominciato a emettere dei brevi grugniti per niente tranquillizzanti. Ho afferrato al volo che la situazione era cambiata radicalmente e tutta la presunta docilità della bestiola se n'era andata a ramengo, nel momento in cui si è fiondata sulla povera Diana, un cane anziano che ha la cuccia vicino alla stalla, cercando di ucciderla a cornate. Per sua fortuna (di Diana) le corna di Mimma non le permettono di entrare nella cuccia dove lei si è rifugiata. Sbuffando dalle narici si è guardata un po' intorno e ha individuato un'altra vittima, Holly uno dei miei cagnetti che mi seguono al piede. Pochi secondi da scena horror col cane che vola qua e là a forza di sballottamenti stile badilate. Strillo e, ovviamente mi intrometto fra la vittima e la psicopatica. Ecco da quel momento i miei ricordi si fanno parecchio confusi ma non ci vuole CSI per ricostruire le cornate prese, basta seguire le contusioni che ho addosso oggi. Quando sentite raccontare dei prodigiosi effetti dell'adrenalina sappiate che è tutto vero: tra la rabbia e la paura mi rialzo (ebbene sì, m'ha sbattuto in terra e pesticciato come un persiano) l'afferro per le corna e la trascino per qualche metro. Ecco, forse ora non tutti sanno che gli ovini non hanno praticamente denti, hanno solo gli incisivi inferiori otto in tutto e sopra solo gengiva, perché madre natura sia così bastarda non è dato sapere ma visto quello che è successo dopo magari quando ha fornito la masticazione alle capre pensava ai poveri pastori perché la bastarda, visto che non riusciva a divincolarsi né a resistere a me che la trascinavo dopata di adrenalina, ha voltato la testa quel tanto che bastava a addentarmi il braccio e cercare di passare dallo status di erbivoro a quello di carnivoro. Una volta mollata ha ripreso a cercare di asfaltarmi ma stavolta m'ha trovata armata di pertica di due metri. Ho dovuto mettere dentro i piccoli con l'aiuto della pertica prima che si decidesse a lasciarmi vivere e seguirli. Passo una notte a ruzzolarmi nel letto, un po' per le botte dolenti un po' al pensiero di dover aprire stalla l'indomani. Stamattina mi faccio coraggio e entro armata e preparata; noto la disposizione delle bestie a cerchio (molto largo) intorno a lei e si danno alla fuga verso il pascolo senza nemmeno che le chiami, mollando -chi ce l'ha- la prole in stalla senza rimorso alcuno. Immagino la nottata di terrore che psicho gli ha fatto passare. Visto che non da segno di voler ricominciare inizio a fare le mie cose, allatto chi di dovere, impaglio, rifornisco di cibo per il rientro della sera. La pazza mi si avvicina e mordicchia i pantaloni, gesto d'affetto che fa da sempre. Sono seduta ad allattare, quindi ad altezza muso, inizia a leccarmi la faccia; surreale ma mi sta coccolando, mi porge le sue scuse. E' ancora abbastanza isterica se provo a allungare le mani verso i suoi piccoli ma non cerca più di uccidermi, si limita a allontanarli e grugnire qualche avvertimento. Ok, ricevuto, tranquilla, non t'infartare e sopratutto non far infartare me, che c'ho un'età. Ha le tette che esplodono ed è evidente dall'atteggiamento dei piccoli che non ha allattato. Con santa pazienza (e diverse carote e granturco) riesco a mungerla un po' e poi a fare poppare i piccini. Non so se il suo capitolare sia dovuto a un ravvedimento o alla necessità di non morire di mastite ma in realtà va bene così, preferisco non saperlo, do la colpa della sua pazzia allo sbalzo ormonale di un parto così numeroso, capita anche alle donne il blue.
giovedì 14 febbraio 2019
Il Professore
Giornata intensa oggi, nella vecchia fattoria. Giornata di pianti, lacrime e sangue (oh, devo creà la suspance...) Pianti della "vecchia", la capra più vecchia (eh, capitan ovvio) del branco; una bella bestia, grande e docile, dai trascorsi di parti plurigemellari. E' arrivata a farne addirittura quattro un anno fa. In genere autosufficiente, non ha mai presentato problemi e ce ne scodella tre tutti gli anni, poi, dato che ha due soli capezzoli, ne sceglie uno -con che criterio lo sa solo lei e il dio delle capre- lo prende gentilmente per la coda e lo sbatte delicatamente fuori dalle zampe. La natura è bizzarra. Poco male, ho cassetti pieni di tettarelle da agnello. Ieri sera le si rompono le acque. Chiudo la stalla e preparo la scorta di latte e ciuccio. Stamani brutta sorpresa: niente nati e la vecchia a terra, sofferente. Provo un po' di rimedi caserecci, falla bere, falla spostare (pesa due volte me...) prova con qualche bocconcino poi con il granturco che per le capre è come una dose di cocaina ma niente, sputa ogni cosa trema, digrigna i denti. Telefono al mio super esperto, Roberto, più familiarmente noto come Professore. "Ce l'avrà per traverso, stasera vengo, intanto guarda se riesci a fare qualcosa te, dovresti vedere le zampe, chiappi e tiri" Eh, come no! La bestia soffre, trema, digrigna i denti, devo fare qualcosa. Dunque guanti chirurgici e denti stretti (i miei, ma anche la capra ci mette del suo) mi accingo a capire dove stà quella che mia suocera chiama "la natura". Non fa nemmeno troppo schifo. Ci infilo due dita guantate e ravano un po'. Niente. Un interno di materasso, un po' umido, soffice, niente zampe o musi, nulla. Magari mi son sbagliata, magari non stà partorendo, stà male e basta. La giornata passa lentamente, tra prove e lacrime, della capra e mie, è brutta la frustrazione, quella consapevolezza di non sapere nemmeno alla lontana quello che stai facendo. Poi, se dio vuole arriva il Prof. "Olio" Ecco l'olio. "Vieni bella" detto in sardo ma la capra ha inteso (e io pure) Arrotolamento di maniche, braccio infilato fino al gomito (esagerata, so un cavolo, io tenevo la testa alla bestia mica glielo vedevo il culo ma di sicuro era più di due dita) ravanamento piuttosto faticoso "E' di traverso, ora provo a girarlo" Ravanamento con muggiti. Sì, la capra muggiva, mettetevi nei suoi panni poi mi dite se non avreste muggito anche voi. E d'un tratto il capretto è a terra e la capra smette di tremare, non digrigna più i denti volta la testa e guarda prima l'agnello poi Roby. C'è un momento in cui mi accorgo di non stare respirando e la capra pure. Manda un belato secco che giurerei fosse un "oh, cazzo" Roberto ci guarda entrambe come se pensasse " Bhe? Che vi aspettavate?" poi massaggia il capretto e lo mette alla mamma che inizia a leccarlo con un impegno che secondo me maschera l'imbarazzo. Lecca un po' il piccolo un po' Roberto, la gratitudine le si legge in faccia, non è la mia immaginazione. Ora le lacrime sono solo mie. Lo so, sono uno zinzino emotiva ma è la prima volta che assisto a una scena così. Guardo il Professore e mi sembra cresciuto di tre metri: quanta esperienza, quanta sicurezza, che bravura. Queste sì che sono conoscenze, questa roba non la insegnano a scuola. Mi sento una cacca insignificante. "Riposo un po' la schiena poi sento se ce ne sono altri" Si infrange la bolla di stupore e ammirazione e mi preparo per il secondo round. Stavolta dura meno, si sente lo scroscio di un sacco amniotico che si rompe ma o non ce ne son più o ancora ci vuole tempo. La vecchia è tranquilla vedremo domattina. Camminando verso casa dietro al sapere che sta andando a lavarsi le mani mi sento ancora una cacca insignificante e rimugino su quanta boria posseggano certe persone con un titolo di studio (me compresa) che facilmente sottovalutano (non io) e magari disprezzano (assolutamente non io) chi lavora nel primario e mi rimbalzano in testa certi commenti idioti in FB sotto i post della protesta dei pastori sardi. Comunque. Grazie Roberto, sei grande.
lunedì 4 febbraio 2019
Facciamo il sapone
In azienda (azienda... che parolone!) produco anche olio. Ci sono rimanenze e scarti, fondi torbidi, olio vecchio. Così ho imparato a saponificare. Io uso il mio olio ovviamente che scarto o no è pur sempre evo, voi comprate quello che preferite, il sapone si fa con ogni tipo di grasso. Occorrono solo tre ingredienti: soda caustica, grasso e acqua. Ci sono tabelle complicatissime per poter dosare tutto dato che ogni tipo di grasso esige una sua dose di soda, io uso questo calcolatore on line ottimo e veloce http://sapone.ilbello.com/convertitore.php, l'uso è facilissimo perciò evito di spiegarvelo. servono ovviamente bilancia, mestolo e pentola, brocca per l'acqua e qualcosa per frullare; si può fare con la frusta a mano ma col frullatore a immersione è più facile e più veloce.
Certi siti consigliano mascherina e guanti, io non li uso, basta stare un po' attenti, voi siete maggiorenni, fate come vi pare.
Dunque, pesare gli ingredienti, l'acqua nella brocca, l'olio nella pentola, la soda in un contenitore usa e getta, tipo bicchiere di plastica. I soliti sapientini consigliano di usare un termometro, io lo trovo superfluo.

l Le rosselline sono fatte con avanzi di saponette riciclati. Sciogliete il materiale nell'acqua fino a che diventa liquido, fatelo prima a scaglie o pessettini, più minuto è meglio si scioglierà, io lo passo nel frullatore, quello per i frappè a caraffa che me lo polverizza. Preparate della carta forno su un supporto che vi permetta di non bruciare il tavolo e versateci il composto a cuchiaiate. Lasciate solidificare ma non freddare del tutto altrimenti ridiventa duro e non potete più farne niente. Il resto ve lo mostro anziché scriverlo che si fa prima:
Dunque, pesare gli ingredienti, l'acqua nella brocca, l'olio nella pentola, la soda in un contenitore usa e getta, tipo bicchiere di plastica. I soliti sapientini consigliano di usare un termometro, io lo trovo superfluo.
* Mettete l'acqua nella brocca (ci vuole una brocca in vetro resistente al calore) e mettetela nell'acquaio così se fate danno almeno non vi ustionate.
*Versate la soda nell'acqua, mai il contrario o farete un geyser pericoloso. Girate ben bene col mestolo, si deve sciogliere. L'acqua diventerà bollente, lasciatela lì a freddare, potete sentire quando sarà tiepida attraverso la brocca. Non passate alla fase 3 fintanto che non potrete tenerci tranquillamente la mano appoggiata (dall'esterno della brocca ovviamente).
* Scaldate l'olio intorno ai 40 gradi, vi basta infilarci un ditino, voi siete a circa 37, dovete sentirlo calduccino ma non caldo, tipo la vostra ascella con la febbre, o anche uno zinzino di più, comunque non succede niente se cannate di brutto, se troppo caldo nastrifica in fretta e vi fa un po' bestemmiare per versarlo nelle forme, se troppo freddo ci vuole un po' di più ma nastrifica lo stesso.
*Quando è tutto bello tiepido mescolate. Ora si tratta di frullare fino a raggiungere il "nastro" Il nastro è la consistenza da pastella soda che deve avere per versarlo nelle forme, si chiama così perche lasciandolo colare dal mestolo il "nastro" non affonda ma resta visibile.
Quì avete il vostro sapone (ovviamente da versare nelle forme per 24 ore e poi, dopo sformato dovrete stagionarlo per almeno uno due mesi per poterlo usare) e a questo punto, al nastro, vi ci potete sbizzarrire con coloranti, essenze profumate, additivi vari, tipo erbe o chicchi di caffe, o fagioli per un peeling delicato o tutto quello che vi frulla per il chiorbino.
Questo è il metodo a freddo, poi c'è quello a caldo che è simile ma dal nasto dovete metterlo a cuocere per un paio d'ore, secondo me un disastro, ma magari per altri è migliore. La differenza sul prodotto finito è notevole in termini di colpo d'occhio, il sapone a freddo è liscio e compatto e prende qualunque forma gli abbiate voluto dare, quello a caldo è un grumo informe pieno di grumi che anche messo nelle forme resta brutto da vedere, l'unico vantaggio è che non ha bisogno di stagionare perché non è il tempo ma la cottura che ne dissolve la soda caustica.
Io uso un terzo modo ovvero il semicotto che consiste nel far cuocere il sapone già nella forma per circa un'ora a 80 gradi, questo porta il tempo di stagionatura a due sole settimane e assicura la buona riuscita. Dal nastro infatti deve partire una reazione chimica che si chiama gelificazione; è questa che trasforma la massa in sapone e se non avviene butterete via tutto il giorno dopo perché il sapone non si sarà formato, non indurirà mai e resterà una miscela di grasso in sospensione nella poltiglia di acqua e soda e poco sapone puzzolente. Se usate il mio metodo potrete vedere attraverso il vetro del forno in che consiste la gelificazione: la massa di "pastella" diventa via via più trasparente fino a diventare una gelatina. Se volete usare il metodo a freddo dovrete cercare di tenerlo, per le prime 24 ore, il più possibile caldo, mettetelo nel forno tiepido avvolto in coperte e fogli di alluminio. Col semicotto il tempo di cottura dipende dalla grandezza dei contenitori, più piccolo il contenitore minore il tempo ma lo potete controllare facilmente, quando è diventato gelatinoso lasciatelo ancora 40 minuti. Io uso dei contenitori in legno che mi son fatta da sola, questi

e questo il risultato
Sono barre con additivi e profumo diversi. Gli attrezzi non riusateli per cucinare, il forno invece va bene così, la soda contenuta ve lo pulirà un po' e il calore del forno la spengerà, passateci un po' di carta e fatelo andare a vuoto per dieci minuti
Prossimamente vi mostrerò come fare delle roselline con gli scarti.
l Le rosselline sono fatte con avanzi di saponette riciclati. Sciogliete il materiale nell'acqua fino a che diventa liquido, fatelo prima a scaglie o pessettini, più minuto è meglio si scioglierà, io lo passo nel frullatore, quello per i frappè a caraffa che me lo polverizza. Preparate della carta forno su un supporto che vi permetta di non bruciare il tavolo e versateci il composto a cuchiaiate. Lasciate solidificare ma non freddare del tutto altrimenti ridiventa duro e non potete più farne niente. Il resto ve lo mostro anziché scriverlo che si fa prima:
Una volta formata una rosa poggiatela su un supporto adatto ad indurire, i bicchierini da caffè sono ottimi. Et voilà, ecco il vostro bouquet, in un cestino con spugnette come supporto sono un regalo carino e in bagno stanno benissimo.
Iscriviti a:
Post (Atom)










